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giovedì 1 marzo 2012

As Roma non era Associazione Sportiva? Ora è Asilo Statale


C'era una lavagna. Sulla quale qualcuno, con un pennarello, tracciava linee e scriveva nomi. Di fronte una ventina di persone sedute. Tra l'altro vestite tutte allo stesso modo. Nel silenzio generale, qualcun altro ha bussato alla porta e ha chiesto scusa per il ritardo. Probabilmente accomodandosi in uno degli ultimi posti rimasti liberi. Nessuno ha chiesto giustificazioni: si è subito passati alle vie di fatto. Esclusione. Sospensione.

Le apparenze possono trarre in inganno, lo sappiamo. Eppure la scena appena descritta non ha avuto come scenario un'aula di scuola. Ma la sala di un albergo. Quella in cui si stava tenendo la riunione tecnica della Roma, qualche ora prima della gara contro l'Atalanta.

Le regole sono importanti. Così come gli esempi. E vanno stabili e rispettati. Ma gli integralismi, le prese di posizione sciocche e ottuse non hanno mai portato da nessuna parte. Nella vita, come nel calcio.

E se abbiamo storto la bocca di fronte all'esclusione a Firenze di Osvaldo per motivi disciplinari, ora è il momento di fare qualcosa di diverso. Indignarsi non basta più, occorre lanciare l'allarme e dire che questo modo di gestire una squadra di calcio è sbagliato.
Punire chi pecca di superficialità è giusto, specialmente se rappresenta uno dei totem indiscussi dello spogliatoio, come nel caso di De Rossi, togliere ai giocatori in campo il loro punto di riferimento, significa mettere in atto un vero e proprio suicidio sportivo.
Anche perché la squadra inon reagisce sul piano della prestazione, mostrando solo un eccessivo nervosismo. Le cinque espulsioni dirette, tra Firenze e Bergamo, sono un dato che deve far riflettere.

Le sospensioni, le punizioni che hanno come scopo l'educazione, sono molto più adatte alla scuola dell'obbligo e non ad un club che vuole crescere in Italia e in Europa.

Probabilmente ci siamo persi qualcosa. Ma fino a quando lo ricordiamo noi, la sigla AS Roma stava ad indicare Associazione Sportiva Roma e non Asilo Statale.


Venghino signori. Riapre il Luna Park As Roma


Venghino signori. E che a nessuno manchino lecca-lecca, pop corn dolce e zucchero filato. Riapre il Luna Park chiamato Roma. Questo splendido parco giochi, ricco di attrazioni e luci intermittenti, che dei luoghi dedicati ai piccini, ma che piacciono anche ai grandi, condivide le più importanti caratteristiche, tra le quali il senso di decadenza che ti dà osservare lucidamente la faccia di un clown.

In questo splendido, luminoso e, soprattutto, a tratti inquietante, Luna Park chiamato Roma, qualche passo sembra sia stato fatto. Si è scesi dalla nave pirata che in autunno era stata l'attrazione più gettonata, con tutti i suoi alti e bassi e che oltre alla nausea, non stimolavano altro, per salire sul trenino delle montagne russe.

E allora salite meravigliose, lente, che ti permettono di ammirare il panorama e ti fanno sentire il re del mondo, vedi le vittorie in goleada contro Cesena e Inter e poi discese vorticose, quasi infinite, affrontate a occhi chiusi, che ti ribaltano lo stomaco e spostano il fegato. Vedi le sconfitte contro Cagliari e Siena.

Questo il campionato della Roma: serie infinite di salite e discese, indipendenti dalla volontà del macchinista, figurarsi dei passeggeri o degli spettatori. Il movimento, però, è solo un'illusione: il binario è chiuso, identico, quasi noioso. E ad ogni enorme gioia, segue una scontata delusione. Per poi tornare al punto di partenza.

Il lato comico della storia è che mentre noi, non paghi, sgomitiamo per rimetterci in fila, il nostro obiettivo non si allontana nemmeno di un millimetro. Resta lì, immobile, come se nessuno lo volesse.

Il tempo stringe e il tramonto si avvicina, insieme all'inevitabile chiusura del Luna Park. Ma a noi non sembra interessare: ci sediamo, agganciamo le cinture e prepariamo l'ugola per urlare ancora. Pronti a un altro giro?


martedì 14 febbraio 2012

Un minuto? Il massimo che si può chiedere alla perfezione. Figuratevi quanto di imperfetto ci possa essere in 27...


Un minuto è il massimo che si può chiedere alla perfezione” spiegava al suo doppio, Tyler Durden, protagonista di “Fight Club”. Sessanta secondi. Non di più. Figurarsi quanto di imperfetto si possa trovare in ventisette minuti. Senza contare il recupero.

Rapida, deludente, inutile, scontata. Quante immagini sprecate per tentare di descrivere questo Catania-Roma: molto più simile ad un film muto degli anni '30, che, infatti, delle immagini accelerate faceva una delle gag più abusate, che a una partita di calcio.

Matta, il termine utilizzato da Luis Enrique pochi secondi dopo il triplice fischio finale, sembra l'aggettivo più calzante. Perché in questi pazzi 30 minuti di calcio giocato ad un ritmo da cardiopalma, per giocatori e tifosi, si è visto di tutto. Occasioni da rete a ripetizione, un miracolo per parte dei portieri, poi errori, giocate, calci d'angolo. Persino due infortuni: uno in campo, quello di Almiron, l'altro, quello di Potenza, ancora prima che iniziasse la partita. Frutto di un riscaldamento fin troppo intenso.
Alla follia, però, si deve necessariamente rispondere con la follia. Meccanismo che Luis Enrique conosce fin troppo bene. E allora spazio a un tridente che, almeno per età, sembrerebbe molto più adatto al torneo di Viareggio che ad una delicata gara di Serie A. Schierare Borini, classe 1991, Lamela, classe 1992, ma sopratutto Piscitella, classe 1993, a molti, e anche a noi, non lo neghiamo, è parso un azzardo. A conti fatti, invece, è stata un'ottima mossa tattica. La data di nascita, infatti, non sempre è descrizione perfetta della personalità.

Ottima la prova del reparto difensivo, con uno Stekelenburg sempre più certezza assoluta. Un po' in ombra, invece, il centrocampo, con Gago e Pjanic irriconoscibili, sulla cui prova probabilmente pesano tantissimo i ritmi di una gara schizofrenica, laccio emostatico attorno alla capacità di pensare e poi agire.

La Roma, però, ha sfoderato la stessa voglia e lo stesso mordente che aveva mostrato nel match di domenica pomeriggio all'Olimpico.

Per questo motivo più che ai due punti lasciati sotto l'Etna e al rimpianto per il sorpasso fallito all'Inter, occorre sorridere per la strada intrapresa, che pioggia, neve, vento o sole, non sembra mai scostarsi dalla sua Idea. Dritta ad un solo obiettivo. Con la speranza che questo collimi con il terzo posto.

Il progetto Roma continua, dunque, alla faccia di tutti quelli che sprecano il loro prezioso tempo a protes Tare. A proposito: Tare chi? 

mercoledì 8 febbraio 2012

La Roma è come Borini: una mano stretta tra i denti


Il trionfo dell'ovvio. Il concetto di squadra è dato dall'unione di undici giocatori. Ma più simile ad un episodio, frutto di tanti, piccoli, particolari, che ad una retta: un susseguirsi infinito di punti.
Questo perché così come cambiando l'ordine e il tipo di particolari, l'episodio può essere completamente stravolto, pur rimanendo tale, altrettanto vale per una squadra di calcio. Modificando gli interpreti e la loro posizione in campo, anche il concetto di collettivo cambia.
Tutto questo per dire che la Roma per tornare a essere una squadra, non può prescindere da alcune pedine fondamentali. Una di queste è Daniele De Rossi.

Se c'è qualcosa che la Roma ha trasmesso durante la gara contro l'Inter è stata sicurezza. Serenità. Nei propri mezzi, nel proprio gioco e nel risultato.
La sicurezza di Stekelenburg, più volte interpellato dai propri compagni di reparto anche in fase di impostazione.
La sicurezza di Heinze, che rende più tranquilli anche Juan e José Angel.
La sicurezza di Francesco Totti, capace di servire due colpi di tacco illuminanti, nel giro di circa 30 secondi.
Quella di Daniele De Rossi, rientrato dopo quasi un mese di assenza e tornato al proprio posto con una naturalezza che mette allegria.

Questa Roma è riassunta perfettamente nell'esultanza di Fabio Borini. Una mano stretta tra i denti. Una squadra capace di giocare con il coltello in bocca, che sa aggredire gli avversari, schiacciandoli nella propria metà campo per quasi 45 minuti.
Una squadra che ti fa mangiare le mani per le tante occasioni sprecate in stagione. Ultime in ordine di tempo Bologna e Cagliari.
Guardare la classifica è da provinciali, lo sappiamo, ma non riusciamo a farne a meno.

Quattro gol all'Inter di Ranieri. La doppietta di Fabio Borini. Il recupero di Bojan. Il rinnovo di Daniele De Rossi. Neve e ghiaccio hanno messo in ginocchio una città. Speriamo riescano almeno a congelare questo momento della squadra.   

giovedì 2 febbraio 2012

Roma, siamo alla fase della negazione. La Primavera è lontana...


In un abbandono, un addio o un lutto, esistono diverse fasi di elaborazione, che vanno necessariamente affrontate. Per la precisione quattro: la negazione, la disperazione, la rabbia e infine l'accettazione.
Con i dovuti distinguo, la sensazione è che in questi primi sei mesi di Roma stelle strisce, queste fasi siano state abbondantemente vissute e assimilate. Sebbene a ritroso.

Abbiamo accettato il progetto, cullandolo, difendendolo e coccolandolo come fosse un neonato da aiutare a crescere. Tollerandone anche gli inevitabili limiti e gli insopportabili i capricci. Un evento epocale.

La prima striscia di vittorie è coincisa con una rabbia senza precedenti: si erano sprecate settimane alla ricerca di un qualcosa, che solo dopo averlo messo da parte, si era raggiunto.

La disperazione, conseguente, è stata inevitabile: ma non per il fallimento di tutti gli obiettivi, bensì per il loro essere sfumati prima ancora di aver provato a conquistarli.

Oggi è il tempo della negazione. Oggi è il momento di mettere da parte le esclamazioni e lasciare spazio agli interrogativi.

Che fine ha fatto la Roma? È possibile, in soli dieci giorni, toccare il punto più alto e quello più basso della propria stagione? Si possono subire quattro gol da una squadra, il Cagliari, che vanta il secondo peggior attacco della Serie A e che al Sant'Elia, in tutto il campionato, ha segnato solo sei volte?
Ma soprattutto: perché il fatto di subire lo stesso tipo di gol invece di tranquillizzare, in quanto problema facilmente risolvibile, rende assolutamente disperati?

La sconfitta di Firenze e quella di Cagliari rappresentano lo stesso punto della spirale lungo la quale si è mossa la Roma, la struttura portante del suo DNA. E se il Franchi era apparso il punto più lontano da sé dal quale partire, il Sant'Elia potrebbe rappresentare lo stesso passaggio dello stesso percorso. Ci si sarebbe però aspettati di arrivarci rafforzati dalle esperienze precedenti. E invece la roma ci è arrivata come prima, peggio di prima. Come se la spirale verso l'alto si sia spezzata lasciando solo un vuoto in cui precipitare di nuovo al punto di partenza.

Oggi, 2 febbraio, è il giorno della candelora. Quello durante il quale, dicevano gli antichi, bisgona aprire la finestra e guardare se l'inverno è finito o meno. Stamattina, in pochi hanno avuto il coraggio di mettere il naso fuori e analizzare la Roma. L'impressione è che la Primavera sia ancora lontana. 

mercoledì 1 febbraio 2012

Questione di punti di vista: ma meglio non parlare di bicchiere pieno o vuoto...


È la solita storia: quella delle opinioni e dei punti vista. Perché a guardare il bicchiere mezzo pieno, c'è da esser felici per come la Roma, per la prima volta dall'inizio dell'avventura di Luis Enrique, sia riuscita a recuperare un risultato. Sebbene non a completare la rimonta. Senza dimenticare, poi, l'incremento della striscia di risultati utili consecutivi, che in campionato è giunta ormai a sei gare.

Dall'altro canto, invece, guardando il bicchiere mezzo vuoto, c'è da mangiarsi le mani per l'occasione sprecata: considerando la qualità basiche del Bologna, il match interno e gli stop improvvisi e inaspettati di Udinese, Napoli e Inter.

A pensarci bene, però, visto il periodo storico e gli ultimi accadimenti, forse sarebbe meglio evitare di utilizzare metafore che abbiano come termini di paragone bicchieri, bottiglie, cene e feste varie. Ci faremo più attenzione.

Partendo dal presupposto che dopo un filotto di quattro vittorie, si possa avere difficoltà a trovare la concentrazione e la grinta necessaria per conquistare la quinta, questo pareggio è da attribuire esclusivamente ai calciatori.

Il risultato maturato contro il Bologna è frutto dell'estro e dei limiti dei singoli. Il buco di Juan, gli errori di Simplicio e Bojan, ma anche la magia di Pjanic.
La Roma sembra, allora, sempre più un adolescente dalle grandi possibilità. Preparato, forte e giovane ma incompiuto proprio per la sua inesperienza. Frustrato dal confronto con i meno talentuosi ma più scafati avversari di turno. Luis Enrique, l'educatore, ha un solo compito: accompagnare il passaggio dall'adolescenza alla maturità di questa creatura.

Tra le tante responsabilità dell'asturiano ci sarà anche quella di dare la giusta considerazioni a sconfitte pesanti e improvvise come quella di Torino in Coppa Italia. Evidentemente archiviata come passo utile e inevitabile per la crescita, ma soprattutto sottovalutata se non sono bastati cinque giorni per ammortizzare la sbornia, di freddo e gol, subita in quel dello Juventus Stadium. Scusate, nonostante la promessa, ci siamo cascati di nuovo...

mercoledì 25 gennaio 2012

Juventus-Roma? E' proprio vero: il treno dei desideri, all'incontrario va...


C'è salito prima Vucinic e poi Borriello. Ha fischiato, attirando Pizarro. Ora s'è preso anche la nostra continuità. Le nostre velleità di coppe italia . E anche una stellina d'argento, che dovrà aspettare un'altra stagione, forse, prima di poter brillare sulle nostre maglie. Parliamo di questo particolare treno che procede in una sola direzione, lungo la tratta Roma-Torino. E' proprio, vero, che il treno dei desideri all'incontrario va.

Presupposto scontato, ma doveroso: non eravamo prossimi a vincere la Champions League dopo la vittoria contro il Cesena, non saremo costretti a lottare per la retrocessione dopo la pesante, inutile negarlo, sconfitta contro la Juventus.

Alcune puntualizzazioni però vanno necessariamente fatte: non abbiamo capito il turn over di Luis Enrique. D'accordo le tre partite in una sola settimana, i tanti infortunati e il bisogno di gestire la condizione atletica dei calciatori più importanti. Ma non sarebbe stato meglio schierare questa squadra, nettamente più inferiore rispetto a quella vista in campo contro il Cesena, proprio contro i romagnoli? Bojan in avanti è stato impalpabile, annullato dalla fisicità di Bonucci e Chiellini. Borini avrebbe dato maggiore spinta. Taddei, spostato a destra, ha sofferto la rapidità di Estigaribbia. Rosi, probabilmente, l'avrebbe contenuto meglio. Soprattutto non abbiamo compreso la staffetta Juan-Kjaer. Perché schierare il danese, in evidente difficoltà da settimane, su un terreno come quello di Torino, difficile per qualità tecniche richieste e soprattutto ambiente. Ovvio che la colpa della sconfitta non sia attribuibile esclusivamente a Kjaer, ma il centrale ex Wolfsburg non accenna miglioramenti. Sbaglia sempre nel leggere l'azione difensiva, cadendo nel tranello dell'elastico degli attaccanti avversari. Basti pensare che chiude la sua gara con un'autorete, in un periodo storico del calcio in cui l'autorete è praticamente estinta.

La speranza è che questo 3-0, così come quello di Firenze, apra un nuovo ciclo, fatto di altrettanti risultati utili consecutivi e di una vendetta sportiva consumata ai danni della Juventus, così come era successo contro la Fiorentina. Ci metteremmo la firma. 

lunedì 23 gennaio 2012

Passato, presente e futuro si incontrano in un punto preciso: il tiro di Totti. Primo in tutto...


Non occorre scomodare vecchi e impolverati tomi di fisica quantistica per dimostrarlo. Né richiamare alla memoria perse quanto inutili teorie liceali. Sono le sensazioni a parlare, trasformandosi, come spesso accade, in dati di fatto. In realtà. In vita.

Passato, presente e futuro non esistono. O meglio, non possono esistere nello stesso momento. Perché il tempo non può avere un prima, un adesso o un dopo. Semplicemente c'è. E' un flusso. Un continuo.

Eppure, sabato pomeriggio, con scenario lo stadio Olimpico di Roma, c'è stato un momento in cui passato, presente e futuro si sono incontrati. Per meglio dire incrociati. Come linee tirate e tracciate da chissà quale architetto e per quale motivo. E quel momento è arrivato al secondo numero 45. Vantando una posizione spaziale ben precisa: sei metri all'interno dell'area di rigore del Cesena, spostata sulla destra. Il colpo di tacco di Lamela, il tiro di Totti, il record di Nordhal frantumato dopo 53 anni. Presente, passato e futuro irriconoscibili, mescolati, agitati, dilatati, trasformati in una sfera che deve entrare in rete. Perché è scritto. Perché non può essere che così.

Primo. Primo a segnare. Primo a farci alzare dal seggiolino. Primo il minuto. Primo tra i bomber con la stessa maglia. Primo a mettere la fascia da capitano. Primo a ricevere la maglia, con qualsiasi allenatore. Primo a mettersi a disposizione. Primo a prendersi le responsabilità. Primo a difendere tecnico, progetto, idea, società. Primo in tutto.

E scusateci se Roma-Cesena 5-1, quarta vittoria consecutiva, terzo posto ad un passo, prova superlativa di Juan, Borini, Pjanic e Gago, scelte di nuovo azzeccate di Luis Enrique, risulta essere un contorno, seppur splendido.

Tutto in questa gara è richiamo a qualcos'altro, che potendo, vorremmo raccontare insieme. Non possiamo: problemi di linearità della lingua.

L'ultima volta che la Roma rifilò cinque gol ad un avversario accadde sette anni fa: stagione 2004/2005. Anche in quell'occasione venne scalzato un record. Quello di Pruzzo, fino a quel momento re dei bomber giallorossi con 106 gol. Indovinate un po' chi fu a frantumarlo?

giovedì 12 gennaio 2012

London Borini calling. La Roma risponde presente


“London Borini calling” avrebbero urlato i Clash in preda al furore. Borini chiama. E la Roma risponde. Non dall'oltretomba, da dove la band britannica provava a scuotere la propria generazione, ma di certo da quel luogo della mente che di mercoledì sera, con soli due gradi sul termometro, ti farebbe fare tutto, piuttosto che giocare una partita di calcio. E invece...

London Borini calling, dunque. Senza dimenticare Perrotta. Perché se qualcuno ha modellato un indefinito pezzo di creta, trasformandolo nell'ennesima qualificazione ai quarti di finale di Coppa Italia, quelli sono stati certamente l'ex attaccante del Chelsea e il super Simo nazionale. Certo, poi, ci sono volute la classe, l'eleganza e il talento di Erik Lamela a perfezionare il tutto. Ma si sa, l'artista prende lo scalpello in mano solo per dare un senso all'opera. Della serie: “Perché non parli...”

A Perrotta sono bastati 45 minuti più recupero per ricordare a tutti di che professionista ci si era dimenticati. Entrato al posto di un intermittente Viviani, penalizzato anche dal ruolo di intermedio nel quale Luis Enrique ha voluto sperimentarlo, il numero 20 giallorosso ha sùbito dato la scossa a compagni e pubblico. Il recupero in scivolata su un Cerci tanto sopravvalutato quanto svagato è l'immagine perfetta della sua voglia. La stessa che stava consumando da tempo Fabio Borini. London è sembrato entrare in campo come in preda ad un bisogno impellente: la caparbietà di un Gattuso e la necessità di fare gol di un Inzaghi. Dopo aver messo lo zampino sulla rete del 2-0, sfrutta l'errore di Neto per siglare il suo primo gol all'Olimpico. Eravamo stati buoni profeti: con un Borini in queste condizioni, tornare sul mercato, soprattutto in attacco, non sembra avere molto senso.

Roma-Firenze. Andata e ritorno in 38 giorni. Come viaggiare attraverso il tempo e lo spazio, lungo una parabola che dall'altro da te, è capace di riportarti a casa. In mezzo la fine di un anno solare e l'inizio di un altro, cinque risultati utili consecutivi, dei quali quattro vittorie, porta inviolata da più di 210 minuti, invisibili cambi societari e tuffi in piscina.

Un unico punto in comune: Cicinho. Passato dal lettino dei massaggi a quello dell'analista. “Mi scuso con i tifosi per tutte le volte che ho detto di andar via. Ora voglio restare”. La valigia sul letto, però, assomiglia tanto a quella di un lungo viaggio...

martedì 10 gennaio 2012

Il flauto magico: Totti suona e tutti gli vanno dietro


Gli esterni. Alti o bassi non fa differenza. I terzini. Le ali. Gli out. Chiamatele un po' come volete, ma sono le fasce nel calcio moderno a fare la differenza. E dunque anche nel gioco della Roma, che di nuovo e futuristico ha tutto, ma talmente ben frullato insieme, da sembrare niente.
Due sono le parole che possono descrivere perfettamente il primo match del 2012: intensità e continuità.

Intensità perché non è mai semplice rientrare dalle vacanze, dopo aver chiuso l'anno solare al top e riprendere esattamente da dove ci si era fermati. Con la stessa cattiveria, la stessa convinzione.
Continuità e non solo nel risultato. Nell'inviolabilità della porta di Stekelenburg, che chiude la seconda gara consecutiva imbattuto. In una formazione titolare sempre più simile alla precedente. Finalmente. E che infortuni a parte sarebbe potuta essere per la prima volta in stagione identica.

Intensità e continuità, dunque. Sebbene sia un'intuizione tattica di Luis Enrique a cambiare la gara. L'inversione di Bojan e Lamela. Un mancino a destra e un destro a sinistra. Non a caso il calcio di rigore che sblocca il match arriva da un'accelerazione dell'argentino, azione molto simile a quella dell'1-0 del San Paolo.

"Non siamo una banda musicale e non lo siamo mai stati" ha dichiarato a fine partita Luis Enrique. Nulla di più vero, sebbene qualcuno che suona il flauto e si porta tutti dietro c'è e si chiama Francesco Totti. Decisivo come al solito e sempre più consapevole del proprio ruolo di guida per i compagni di squadra.

18 19 22. Nessuna cabala particolare legata a questi numeri. Solo l'età dei tre attaccanti con cui la Roma ha chiuso la partita, quella di Caprari, Lamela e Bojan. Questo il motivo per cui sembra inutile tornare sul mercato, specialmente in attacco: meglio sarebbe dar fiducia ai propri ragazzi, dei quali fa parte anche Borini e attendere, con pazienza, il rientro di Osvaldo.

A proposito di mercato: qualcuno fermi il binario del treno Roma-Torino, che troppo simile alla ferrovia trans siberiana procede solo in un senso. Tra l'altro sembra che lassù, i nostri regali, non siano nemmeno troppo graditi.

venerdì 23 dicembre 2011

Il percorso non è stato circolare, ma a spirale: il nuovo DNA della Roma


La prima giornata che si gioca nell'ultimo turno dell'anno solare. Il campionato che si conclude nel punto esatto nel quale avrebbe dovuto avere inizio. Una squadra schierata in Inverno, tatticamente, così come si era pensata in estate, ma che presenta uno spirito molto più vicino al primo freddo patito al San Paolo, piuttosto che all'afa fastidiosa di Valencia o di Bratislava.

Corsi e ricorsi storici. Avvenimenti che finiscono nell'esatto punto in cui dovrebbero cominciare e viceversa. Particolari che più che rimandare alla circolarità della storia, ricordano una spirale. Quella che costituisce il DNA della Roma.

Una struttura portante che definire inedita sarebbe errato. Perché non presenta nulla di nuovo, o meglio non tutto.

E non è nemmeno questione di schieramenti, moduli o schemi con i quali giocare il pallone. Di terzini bloccati e playmaker che si abbassano fare i centrali. Di 3-4-3 in fase di impostazione o 4-2-3-1 in fase di copertura. L'equazione si è risolta altrove. Nella testa prima che nei numeri.

Nel capire che per dar vita al Progetto, bisognava lasciare che le nuove molecole si aggregassero alle vecchie. Traendone forza.

E così Osvaldo e Lamela ora hanno spazio per brillare, ma soprattutto perché Simplicio, Juan, Taddei e Totti sanno come accendere la luce.

La vittoria a Bologna non è come quella conquistata a Novara, Parma o in casa contro il Lecce. Primo perché ottenuta schiacciando una squadra in ottimo stato di forma, poi perché al Dall'Ara, in tanti avevano sofferto, compreso l'esaltato Milan capolista.

Eppure c'è ancora qualcosa che riesce a disturbare la festa giallorossa: quel fastidioso zero alla voce gol, nello score del Capitano e l'arrivo della sosta invernale, che andrà inevitabilmente a spezzare il momento dorato di questa squadra.

Nulla è perfetto.

E se esiste qualcosa di bello nell'impossibilità di raggiungere la perfezione, è certamente la sua rincorsa.
Il primo obiettivo per il 2012 sarà vincere la terza partita consecutiva. Quest'anno, non è mai successo.  

lunedì 19 dicembre 2011

Luis Enrique si è italianizzato? In fondo chissenefrega...


Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro.

E così mentre il calcio italiano scrutava Luis Enrique, come fosse un alieno sbarcato da chissà quale pianeta, anche Luis Enrique guardava dentro il calcio italiano. Sebbene in maniera più nascosta.

Risultato: una Roma più ordinata, più cinica, più squadra. Che per interpreti e qualità non può evitare, pur volendolo, il tiqui-taca, ma che in giro per i campi nostrani, qualche scaltrezza sembra averla colta e assimilata.

E mentre appare quasi inutile sottolineare le prove, strepitose, di Lamela, Simplicio e Juan, il dato da evidenziare è certamente quello legato ai numeri. Perché si sa, le statistiche, non mentono mai.

La Roma non aveva mai fatto più di due gol in questa stagione fuori casa, nemmeno in amichevole e soprattutto non aveva mai tirato così tante volte in porta. La Roma fa sempre punti con Francesco Totti in campo. E spesso vince. L'ultima vittoria in campionato risaliva alla gara contro il Lecce e il Capitano c'era. Poi due assenze e due ko, quelli di Udine e Firenze, e di nuovo presenze e dunque punti nelle gare con Juventus e Napoli. Con Totti che confeziona due assist, uno più bello di un altro, per De Rossi e Osvaldo.

Così come quella spallettiana, anche quella enriquiana trova la quadratura del cerchio in condizione di emergenza. Tramutare la causalità in punto di partenza deve essere l'imperativo. Perché scoprire che un modulo funziona piuttosto che un altro, può essere anche fortuna. Confermarlo è sintomo di intelligenza.

Il quesito più in voga di oggi è: Luis Enrique si sarà italianizzato? Se questo significa essere meno logorroici nel possesso palla e arrivare prima al dunque, ben venga. 

martedì 13 dicembre 2011

Luis Enrique ha imparato a mangiare il pollo con le mani. Ma quale sarà la vera Roma?

Sulla lingua, magari, bisognerà lavorarci ancora un po'. Ma le scorciatoie italiane, quelle, sono già state ampiamente acquisite.

Dopo mesi di nouvelle cousine, piatti dagli ingredienti sconosciuti e salse dai nomi impronunciabili, Luis Enrique ha capito che a mangiare il pollo con le mani, non c'è da vergognarsi. Specialmente se si gioca in casa.

E d'accordo che nell'immaginario collettivo la Juventus è la Vecchia Signora, ma più che una partita di calcio, quella contro i bianconeri è sembrata un matrimonio.

C'era qualcosa di vecchio, Taddei e Jose Angel sulle fasce a bloccare le scorribande di Pepe e Estigarribia come contro l'Udinese, qualcosa di nuovo, la faccia tesa di Viviani e la tranquillità di De Rossi nel giocare da difensore centrale, qualcosa di regalato, entrambi i gol che hanno deciso la partita e anche qualcosa di blu. La fifa della Juventus, che per la prima volta in stagione ha avuto paura di perdere. Le esultanze sotto la curva al fischio finale ne sono evidente testimonianza.

Ci è piaciuta questa Roma stile provinciale abituata a correre sui campi in pozzolana.
E abbiamo anche capito l'impostazione di Luis Enrique alla partita: un 3-4-3 in fase di costruzione, pronto a trasformarsi rapidamente in un 4-5-1 in copertura, con Osvaldo e Lamela chiamati al sacrificio lungo gli out per raddoppiare Jose Angel e Taddei e Totti finalmente unico riferimento del reparto avanzato.
Quello che ancora fatichiamo a comprendere è dove vuole andare a parare questa Roma. E' quella del tiqui-taca di inizio stagione? Oppure quella del possesso palla e delle verticalizzazioni del dopo Parma? O ancora quella tutta muscoli e rabbia della sfida contro la Juventus?

L'unica cosa certa è gli ultimi punti li avevamo racimolati con Totti in campo e proprio il Capitano ha rotto questa serie di sconfitte che rischiavano di diventare interminabili.
Ditelo ad Osvaldo che al momento di lasciare il campo a cinque minuti dal novantesimo ha dato in escandescenza. Un gol di un attaccante manca dal 5 novembre, Novara-Roma. Segnò proprio l'ex Espanyol. Un digiuno forse un po' troppo lungo per chi porta il numero 9 sulla maglia.  

lunedì 5 dicembre 2011

Il naufragio del tiqui-taca nella pioggia di Firenze


Di cose brutte viste nella storia della Roma e di questa Roma in particolare, il gol del Tanke Silva forse è la peggiore.

La rete di uno dei giocatori probabilmente più scarsi approdati in Italia dall'apertura delle frontiere, ancora alla ricerca della prima marcatura stagionale, prontamente regalata dalla disastrata banda Luis Enrique, pone il punto esclamativo su una sconfitta che potrebbe dichiarare il definitivo fallimento del progetto asturiano, naufragato nella pioggia di Firenze.

Ci siamo risvegliati sotto un cielo plumbeo, in una giornata uggiosa, a chiederci quanto il nostro umore dipendesse dal temporale e quanto dalla prestazione, inguardabile della Roma. E anche quanto tra i due fenomeni ci fosse un nesso.

Nel dopo gara del Franchi c'è stato anche chi ha avuto il coraggio di dire che era inutile commentare un match del genere condizionato dall'espulsione di Juan. Impossibile dargli torto: sebbene ad indirizzare la partita non sia stato il rosso al brasiliano, ma le scelte ancora una volta cervellotiche di Luis Enrique. L'esclusione di Totti, sommata a quelle di Borriello e Osvaldo, la scelta di due brevilinei come Bojan e Lamela, serviti in continuazioni con cross inutili, un centrocampo orfano di Pjanic, ma rimpolpato con un Perrotta in totale stato di confusione.
Una girandola di cambi folli: dentro Jose Angel e il redivivo Simplicio, fuori Perrotta e Pjanic, con Gago infortunato, già ammonito e che qualche minuto dopo, infatti, si farà espellere.

Più che quelle di un allenatore con un'idea, queste sembrano sostituzioni che fa chi confonde un iPad con un JoyPad.

La nave imbarca acqua, ammiraglio. Faccia una cosa. Trovi il coraggio di tuffarsi e affrontare il mare aperto. Nessun gommone di salvataggio, per lei. Quelli servono a noi.

lunedì 28 novembre 2011

Il progetto della Roma? Una nave pirata...


La Roma non sa fare il salto di qualità. La Roma rimane adolescente. La Roma non cresce. La Roma soffre di vertigini.

Ma ne siamo proprio certi? Siamo sicuri che il nostro principale problema sia non riuscire a prendere questa benedetta maturità?

Perché la vertigine non sarà paura di volare, ma nemmeno voglia di strusciare il mento sull'asfalto. E poi come si fa a soffrire di vertigini quando da inizio stagione si vive al secondo piano in 50 metri quadri con vista sul cortile?

La verità è che il progetto Roma non è nemmeno paragonabile ad un aereo, ma molto più simile ad una nave. Quella Pirata del Luna Park. Un'altalena, di risultati e emozioni.

Quando si va in alto si è felici e ci si sente padroni del mondo, ma quando si imbocca la discesa non si sa mai quando terminerà e soprattutto quanto in basso ti porterà.
L'impressione è che il movimento della barca non siamo noi a deciderlo, ma una forza esterna, indipendente dalla nostra volontà. Decisa probabilmente dalla voce fuori campo che ci racconta quello che sta accadendo, su un sottofondo di musica da discoteca. La stessa sulla quale Armero e Isla, ballando, hanno festeggiato il 2-0 dell'Udinese, prendendosi gioco del nostro divertimento.

Se almeno la barca affrontasse le onde per arrivare da qualche parte, potremmo farcene una ragione.
Se sapessimo che tra mille difficoltà, l'inevitabile balia dei venti, la lenta, desiderata e sospirata spinta del mare, alla fine il porto, anche dopo mesi, sarebbe il nostro definitivo approdo, allora potremmo anche goderci il viaggio. Sapendo che tanto è più lunga l'attesa, tanto più grande sarà il risultato.

Macché: il movimento della nostra nave pirata è solo un'impressione. Un gesto meccanico, identico e uguale, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Un'ondulazione che oltre al mal di mare, non porta nient'altro.

Preferiremmo un passatempo più statico. Non necessariamente all'interno di un ring.

lunedì 21 novembre 2011

Roma non fare la narcisa. Non affogare specchiandoti...


Non per fare facili parallelismi con la politica, ma in Italia e soprattutto a Roma sembra essere un ottimo momento per la sinistra. La fascia, ovviamente.
Il solito scuotersi di ampolle e sbuffare di alambicchi attraverso i quali Luis Enrique, il piccolo chimico asturiano, schiera il suo undici titolare, delle volte ha il pregio di azzeccare le scelte. Quelle che poi, al novantesimo, ti accorgi che hanno un peso specifico enorme sul risultato finale.
Una di queste è l'idea di inventare Taddei terzino sinistro. L'out mancino, terra di conquista per quasi tutti gli avversari giallorossi, non solo appare blindata come la zona verde della Roma ecologica domenicale, ma si trasforma in una Cassiopea di occasioni da gol. Non a caso l'1-0 di Pjanic arriva proprio da un cross di Taddei, ma anche le altre principali azioni da rete: molte sprecate da Bojan.

Proprio la prestazione del folletto ex Barcellona, appare iconografia perfetta delle mancanze giallorosse. Una in particolare: il cinismo. Il risultato maturato durante la gara contro il Lecce è stretto solo per la poca concretezza sotto porta.

Certo. C'è un gol di Osvaldo che grida, in maniera quasi straziante, vendetta, ma per questo bisogna chiedere spiegazioni al guardialinee Carrer. La parola più nominata nella Capitale in questo lunedì di novembre.
Dopo quello di Meggiorini un altro meraviglioso gol in rovesciata contro il Lecce, regolarissimo, viene annullato.

Udinese, Fiorentina, Juventus, Napoli e Bologna. I prossimi trenta giorni saranno lo specchio, capace di riflettere il futuro della nostra stagione. La speranza è che questa Roma non sia tanto narcisa da ammirare la propria bellezza nel lago e morire anneggata. Non sarebbe un suicidio, ma un omicidio. Quello di un'annata che rischia, suo malgrado, di tramutarsi in qualcosa di importante.

lunedì 7 novembre 2011

La magia delle cose semplici


L'insostenibile leggerezza delle cose semplici. Perché in fondo non c'è gusto a fare in campo, quello che si è provato a Trigoria. Manca la sorpresa. Manca la passione. Soprattutto quella della tifoseria, costretta al solito sabato di sofferenza.

Perché mettere in campo la formazione migliore, quella più naturale, quando puoi soffrire per un'ora, mostrare una sterile supremazia territoriale e poi rischiare di prendere gol sulla solita maledizione del calcio d'angolo che ci perseguita dal dopo-Capello.

Dov'è la suspance, il famoso coupè de theatrè? Non è divertente mettere al sicuro il risultato il più rapidamente possibile. Bisogna attendere gli ultimi venti minuti, sistemare la squadra come la logica vorrebbe e segnare due gol. Allora sì che c'è gusto ad esultare.

In fondo il calcio è semplice: schierare i giocatori al proprio posto, a fare le cose che sanno fare, migliora la prestazione e avvicina al risultato.

E' evidente che la semplicità non sia del tiqui-taca o della filosofia calcistica di Luis Enrique. O meglio, è evidente che bisogna prima complicare le cose e poi provare a semplificarle. Probabilmente il segreto è tutto qui e c'è chi, ingenuo, ancora non l'ha capito.

La gara di Novara ci ha portato qualcosa di molto vicino al terreno del Silvio Piola. Tre punti sintetici. Belli e utili, per carità. Ma per la naturalezza bisogna aspettare.  

lunedì 31 ottobre 2011

Dove sta scritto che "Chi tifa Roma non deve perdere la pazienza mai?"


“Chi tifa Roma non perde mai”. Sarà così. Ma dov'è scritto che “chi tifa Roma non deve perdere la pazienza mai”?

Nonostante un conto in rosso da diversi mesi, nessuno ha protestato quando gli è stato chiesto di aprire una linea di credito, di fiducia nei confronti del nuovo progetto. Pardon, dell'Idea.

E' stata chiesto di aspettare. E' stata chiesta complicità. E tutto è stato dato, accompagnato dal solito, infinito, amore, che solo i tifosi della Roma sanno trasmettere alla propria squadra.

Un amore che paradossalmente è aumentato. Nutrito da sconfitte e sofferenze. L'eliminazione dall'Europa League, un derby perso ben oltre il novantesimo e una classifica che fa venire i brividi. In mezzo a tutto questo un progetto giovani cancellato molto prima dell'inizio delle scuole, uno stile di gioco modificato con la velocità con cui ci si cambia d'abito e un possesso palla che sembra un frustrante e eterno corteggiamento.

Si parla sempre di quello che sarà, della Roma che verrà, delle vittorie che arriveranno. Ma il presente? Di quello che sta avvenendo ora, chi se ne preoccupa? Forse neanche i dirigenti, che continuano a declinare i verbi solo al futuro.

E' tempo che tutti si prendano le proprie responsabilità.
La società, che esasperando il passaggio di mano ha rallentato il processo di crescita di questa squadra.
Il tecnico che ha scelto 12 formazioni diverse, in 12 gare, schierando ben 28 giocatori, salvo poi far sapere che la rosa è troppo ampia
I calciatori che devono mostrare maggiore concentrazione, ma soprattutto più grinta e cattiveria.

Sono passati quattro mesi dall'inizio di questa rivoluzione culturale e per ora l'unica cosa a cambiare è stato l'approccio del tifoso alla squadra, vista come un oggetto misterioso, del quale si intuiscono le potenzialità, senza ancora aver capito se siano positive o negative.
Noi rimaniamo seduti sulle nostre poltroncine: sciarpa al collo e cuore pieno di speranza, in attesa che la partita cominci per davvero.