domenica 29 gennaio 2012

Roma-Bologna: le pagelle. Bojan e Lamela gravemente insufficienti

Stekelenburg 6.5: sul gol di Di Vaio può davvero poco. Si riscatta qualche istante più tardi, negando sempre al numero nove del Bologna, a mano aperta, la rete del possibile 2-1. Ancora uno dei migliori.

Rosi 6: spinge tanto, come al solito, ma appare un pò meno lucido, soprattutto in fase di impostazione. Comunque in crescita.

Heinze 6.5: si conferma in grandissima condizione. I suoi avversari diretti, infatti, devono attendere la fine della gara per riuscire a vedere almeno il colore del pallone. Fantastico, nel primo tempo, quando in scivolata si immola su una conclusione di Di Vaio e fa ripartire la squadra in contropiede. Imperioso negli stacchi di testa, grintoso quando e quanto serve. Ce ne vorrebbero un paio come lui.

Juan 5: più svagato rispetto alle ultime uscite, buca in occasione del gol di Di Vaio, non arrivando ad intercettare il rinvio, piuttosto semplice da leggere, addirittura di Gillet. Qualche istante prima, però, aveva salvato sullo stesso ex Parma a porta vuota. Da rivedere.

Taddei 5.5: sulla sinistra dà sostegno, ma non sa rendersi pericoloso quando servirebbe piazzare l'accelerata decisiva. E' brutto da dirsi, ma sembra non conoscere il modo di chiudere la diagonale difensiva. Comprensibile: in fondo, fino a qualche settimana fa, era un centrocampista...

Gago 5.5: confusionario, lento e nervoso non riesce a dare le geometrie necessarie alla squadra e spesso, in difficoltà, rilancia il pallone in avanti sperando accada qualcosa. Meglio da intermedio.

Pjanic 6.5: è in grande spolvero e si vede. Si inventa un gol su punizione da cineteca e poi, dopo uno slalom esaltante, conclude di potenza chiamando Gillet al miracolo. Peccato che Simplicio non riesca ad approfittare del facile tap in.
(33' st Perrotta 6: ogni qualvolta la Roma è in difficoltà, Luis Enrique lo chiama in causa, sperando nella sua esperienza. Il tempo a disposizione è poco e SuperSimo non può inventarsi nulla di risolutivo)

Greco 5: arranca, surclassato dal dinamismo e dalla densità del centrocampo bolognese.
(16' st Simplicio 5: la sua mezz'ora di gara è tutto in quel piattone, sulla respinta di Gillet, che finisce sull'esterno della rete. Se fosse riuscito a metterlo in porta, staremmo parlando di un'altra gara. La sua, come quella della Roma)

Lamela 4.5: è rimasto a Torino, attaccato ai pantaloncini di Chiellini. Non entra mai in partita. Sarà difficile crederci, ma l'Olimpico non trema.
(16' st Bojan 4.5: questa dovrebbe essere la sua gara: spazi intasati e possibilità di mettersi in mostra per i brevilinei e i dribblomani. Appena entrato spreca un assist al bacio di Totti, poi si spegne minuto dopo minuto. Involuzione incredibile)

Totti 6: punto nell'orgoglio dalle dichiarazioni di Diamanti, ci prova da ogni posizione. Un po' di sfortuna, un po' di imprecisione non gli permettono di gonfiare la rete. Le azioni più pericolose dei giallorossi, però, partono sempre tutte dai suoi piedi.

Borini 5: non è il London che tutti abbiamo imparato ad amare. Lotta, morde, corre, si arrabbatta, ma non arriva mai alla conclusione pulita in porta.

All. Luis Enrique 6: sceglie l'undici migliore a disposizione e ha il coraggio di sostituire Lamela, togliendo alla squadra la sua imprevedibilità, che pur stentava ad accendersi, per inserire un Bojan carico di responsabilità. Prima rimonta italiana, peccato non si completi a dovere.



venerdì 27 gennaio 2012

Non chiamateli raccomandati. Basta figli di papà...


Impara l'arte e mettila da parte, si dice. Chissà se vale anche per le progenie dei calciatori. Figli d'arte, in pratica, che affollano tabellini e partite di ogni categoria, sarà per le loro qualità sportive oppure, semplicemente, per il cognome che gli riempie maglia e carta d'identità.

Gli ultimi in ordine di tempo sono stati Simone Andrea Ganz e Gianmarco Comi, coppia d'attacco del Milan Primavera. Il primo è figlio di Maurizio Ganz, ex Inter, Milan e Atalanta, l'altro di Antonio Comi, ex centrale difensivo di Roma e Torino, ora direttore sportivo proprio dei granata. L'elenco è lungo e davvero molto gustoso da approfondire.

Partiamo dalle serie minori e in particolare dalla D, dove qualche settimana con il Chieri ha esordito un diciannovenne di belle speranze: di nome fa Paolo e di cognome Ferrara, figlio dell'attuale Commisario Tecnico della Nazionale Under 21. Come il papà fa il difensore e di lui si dice un gran bene. In Promozione, invece, e per precisione nell'Aenaria c'è un portierino niente male di sedici anni: Luca Taglialatela, figlio di Pino ex estremo difensore del Napoli. Per lui sarà l'ultimo campionato tra i dilettanti, poi si tenterà la strada del professionismo, passando, probabilmente per qualche settore giovanile importante.

Lo stesso che sta seguendo, però, in un ruolo diverso, ovvero quello di allenatore, Dodo Sormani, figlio di Angelo Benedicto, ex attaccante italobrasiliano. Il tecnico quarantenne guida la Primavera del Napoli, con tanti grattacapi e poche soddisfazioni, vista anche la giovanissima età dei ragazzi in maglia azzurra. Ma ce ne sarebbe altri da ricordare, come Andrea Iuliano, figlio di Antonio, difensore della Juventus di Lippi, che corre per l'Internapoli, formazione di Serie D, fino allo stesso Diego Sinagra, meglio conosciuto come Diego Armando Maradona Junior. Partito dalle giovanili del Napoli, passato per la Primavera del Genoa ha avuto il suo primo impatto con il calcio semiprofessionistico, in un reality: Campioni il sogno, scenario il Cervia. Ora gioca in Eccellenza ma non ha disdegnato qualche apparizione nella nazionale di Beach Soccer, almeno fino a quanto il ct è stato Giancarlo Magrini, il secondo di Ciccio Graziani proprio a Cervia. 

I due fratelli Mancini, poi, figli di Roberto, il primo Filippo, classe 1990, gioca nella Virtus Entella, squadra di Interregionale, l'altro Andrea, nato nel 1992, dopo un trascorso al Bologna e all'Inter ora prova a farsi spazio a Manchester, sponda City.

Non chiamateli raccomandati. Basta figli di papà.

mercoledì 25 gennaio 2012

Juventus-Roma? E' proprio vero: il treno dei desideri, all'incontrario va...


C'è salito prima Vucinic e poi Borriello. Ha fischiato, attirando Pizarro. Ora s'è preso anche la nostra continuità. Le nostre velleità di coppe italia . E anche una stellina d'argento, che dovrà aspettare un'altra stagione, forse, prima di poter brillare sulle nostre maglie. Parliamo di questo particolare treno che procede in una sola direzione, lungo la tratta Roma-Torino. E' proprio, vero, che il treno dei desideri all'incontrario va.

Presupposto scontato, ma doveroso: non eravamo prossimi a vincere la Champions League dopo la vittoria contro il Cesena, non saremo costretti a lottare per la retrocessione dopo la pesante, inutile negarlo, sconfitta contro la Juventus.

Alcune puntualizzazioni però vanno necessariamente fatte: non abbiamo capito il turn over di Luis Enrique. D'accordo le tre partite in una sola settimana, i tanti infortunati e il bisogno di gestire la condizione atletica dei calciatori più importanti. Ma non sarebbe stato meglio schierare questa squadra, nettamente più inferiore rispetto a quella vista in campo contro il Cesena, proprio contro i romagnoli? Bojan in avanti è stato impalpabile, annullato dalla fisicità di Bonucci e Chiellini. Borini avrebbe dato maggiore spinta. Taddei, spostato a destra, ha sofferto la rapidità di Estigaribbia. Rosi, probabilmente, l'avrebbe contenuto meglio. Soprattutto non abbiamo compreso la staffetta Juan-Kjaer. Perché schierare il danese, in evidente difficoltà da settimane, su un terreno come quello di Torino, difficile per qualità tecniche richieste e soprattutto ambiente. Ovvio che la colpa della sconfitta non sia attribuibile esclusivamente a Kjaer, ma il centrale ex Wolfsburg non accenna miglioramenti. Sbaglia sempre nel leggere l'azione difensiva, cadendo nel tranello dell'elastico degli attaccanti avversari. Basti pensare che chiude la sua gara con un'autorete, in un periodo storico del calcio in cui l'autorete è praticamente estinta.

La speranza è che questo 3-0, così come quello di Firenze, apra un nuovo ciclo, fatto di altrettanti risultati utili consecutivi e di una vendetta sportiva consumata ai danni della Juventus, così come era successo contro la Fiorentina. Ci metteremmo la firma. 

Le bandiere non vanno ammainate: il paese si giudica anche da come le tratta


Spread, valori di borsa, tasso di inflazione, costo della benzina e prezzi delle case. Ci sono indici diversi per valutare le condizioni reali di un paese. Il trattamento riservato alla Bandiere.
Una nazione, viva e vitale, le lascia sventolare. Le annuncia con una fanfara. Le ostenta con malcelato orgoglio. Le guarda con rispetto e con un pizzico di malinconia. Se il tempo le confonde, interviene e le scioglie, le libera. Permette loro di proseguire in un continuo e incalcolabile lavoro. Se ferita, le abbassa. Le pone a mezz'asta, a mostrare che il dolore non è di un singolo componente, ma della comunità intera, della quale la bandiera rimane rappresentazione precisa.

Vecchie, sfilacciate, forse anche sbiadite, non vanno ripiegate. Gli va concessa la possibilità di decidere quando smettere e, nel caso, di annunciarlo. Per rispetto, più che per affetto. Un comportamento civile, più che umano.

E la cosa avviene in quasi tutti gli ambiti professionali.
Ai giornalisti in pensione, che, per anni, hanno riempito pagine e pagine di quotidiani, viene riservata spesso una rubrica. Un angolo, una colonna, più o meno ampia, all'interno della quale continuare a dar valore alle parole: per capacità e esperienza. Anche solo per il gusto di riprendere in mano la penna e darle lustro.

I professori universitari continuano a muovere il gesso sulla lavagna, il dito sui libri e gli occhi sulle tesi fino a quando ne hanno voglia. E anzi, più stagioni possono contare sulle loro mani, più si accresce il loro valore.

La cosa avviene in quasi tutti gli ambiti professionali. Ma non nello sport. Nel calcio in particolare. Una macchina spaventosa, un ingranaggio che, come moderni Charlie Chaplin, schiaccia chiunque non ha voglia di adeguarsi. O semplicemente è diventato un po' più lento.

E come spesso accade quando qualcuno comincia a togliere, con sapienza, sassolini da quel muro che costruito di notte, ci impedisce di vedere al di là della strada, la frana è arrivata puntuale e fragorosa. O forse, semplicemente, ci abbiamo fatto più caso.

Il primo a parlare è stato Paolo Maldini: “Il Milan non mi vuole”, ha gridato dalle pagine del giornale sportivo più importante d'Italia. Un'icona rossonera, capace di passare indenne attraverso tutte le epoche della squadra meneghina, improvvisamente messo da parte. Addirittura schifato dai tifosi.

E che dire di Alessandro Del Piero, calciatore e professionista esemplare che all'apice della sua carriera, ovvero all'indomani della vittoria di un Mondiale, decise di seguire la Juventus in Serie B? Amore della maglia? Rispetto per i colori? Mettetela come credete sia meglio: il fatto non cambia. Avrebbe dovuto avere un saluto più degno e soprattutto avrebbe dovuto scegliere lui il momento per annunciare il suo ritiro. Non meritava le quattro fredde parole di Andrea Agnelli, presidente della Juventus, ma solo per discesa dinastica.

L'eccezione, però, esiste. E' viva, reale. Quasi immortale. E si chiama Francesco Totti. Dato per finito centinaia di volte, il capitano della Roma ha saputo farsi spazio. Sempre. Per capacità e grande intelligenza. Ha saputo continuare a sventolare. Il suo popolo lo ha difeso, anche violentemente quando qualcuno, tanti a dire la verità, si sono arrampicati e a braccia tese hanno cercato di strapparlo via dalla sua asta. Non ci sono mai riusciti. E come premio i tifosi giallorossi hanno ricevuto tanto. L'ultimo regalo è stato il gol 211 che ha portato Totti, di diritto, al primo posto tra i bomber più prolifici della Serie A con la stessa maglia. Sbaragliando il record di Nordhal, campione svedese degli anni '50, che durava da 53 anni. Un'eternità.

Questo è il motivo per cui l'abbraccio tra Totti e Del Piero, nell'ultimo Juventus-Roma che probabilmente li vedrà l'uno contro l'altro, a darsi battaglia fascetta al braccio, è stato così malinconico.

Per sempre Bandiere. Per sempre liberi di sventolare.  

martedì 24 gennaio 2012

Juventus-Roma: le pagelle. Kjaer pessimo, ma l'autogol non si era estinto?

Stekelenburg 5: i tre gol subiti pesano sul giudizio finale. Incolpevole su tutte le reti della Juventus, soffre i movimenti e i retropassaggi di Kjaer. Ha avuto giornate migliori.

Taddei 5: soffre tantissimo la velocità e la freschezza di Estigarrabia, nel secondo tempo prende coraggio, ma scivola e sbaglia in continuazione l'interpretazione della diagonale.

Heinze 6: annulla completamente Borriello, ma non può marcare anche Kjaer.

Kjaer 4: continua ad interpretare malissimo tutte le situazioni difensive. Di nuovo come con la Fiorentina e l'Udinese, insegue l'uomo e cade nell'elastico di Giaccherini. Chiude meravigliosamente con un autogol, in un momento storico del calcio, in cui l'autorete è quasi estinta. E' giovane e deve imparare, ma non a discapito della Roma.

José Angel 4.5: ma dove è finito l'esterno tutta corsa e grinta di inizio stagione? Non spinge, non copre. Gigioneggia.

Gago 6: cresce di minuto in minuto ed è l'unico a provare a mettere in difficoltà Storari, con qualche tiro dalla distanza. E' l'ultimo a mollare.

Pjanic 6: l'impressione è che affrontare faccia a faccia Pirlo non sia proprio il massimo della vita. Non si nasconde e risponde di spada.  

Simplicio 5: sempre impreciso, non aggiunge nulla e non chiude un passaggio.
(22' st Greco sv: non incide, ma forse non ne ha il tempo)

Totti 6: il colpo di tacco che smarca Borini vale il biglietto e la serata storta. I fischi dello Juventus Stadium che lo travolgono ogni qualvolta tocca il pallone fanno capire quanto sia ancora decisivo
(26'st Perrotta sv: entra per dare copertura alla squadra sotto di un uomo. Non brilla)

Lamela 4.5: parte benissimo, seminando il panico nella difesa avversaria. Poi cade nelle provocazioni di Chiellini e rimedia il primo rosso della sua carriera italiana. Comunque sanguigno. Per fortuna.

Bojan 5: nel primo tempo tocca lo stesso numero di palloni del raccattapalle con cui condivide la fascia. Nella ripresa non scende proprio in campo. Pessimo.
(12'st Borini 5.5: ribaltare una gara del genere è difficile, sebbene nelle sue corde. Qualche minuto per svettare di testa, tirare alto sopra la traversa dopo un'invenzione di Totti e metterci il solito veleno. Non basta, ma è sicuramente più di quello che ha fatto Bojan)

All. Luis Enrique 5: niente esclamazioni, solo interrogativi. Perché cambiare 2/4 della difesa, reparto più affidabile delle ultime gare? Perché mettere Kjaer, centrale lento, impacciato e impaurito contro la squadra più rapida e letale della Serie A? Perché preferire Bojan a Borini? Turn over? Eppure mancano così tanti giorni a domenica: c'è tempo per recuperare...

Luis Enriqgma: la mia formazione per Juventus-Roma

Spazio al turn over, ma con la giusta misura.

Dopo la prova convincente di sabato pomeriggio contro il Cesena, la Roma di Luis Enrique non ha tempo di adagiarsi sugli allori.

Questa sera, infatti, bisognerà già provare a confermarsi. L'imperativo è conquistare la continuità invocata più volte dal tecnico asturiano.

E quale miglior avversario se non l'imbattuta Juventus di Antonio Conte, per comprendere se si è davvero e finalmente diventati grandi?

Anche perché in palio, oltre alla soddisfazione di regalare il primo dispiacere della stagione ai bianconeri, ci sono le semifinali di Coppa Italia, competizione da sempre molto vicina ai colori giallorossi.

In una Torino che si è svegliata avvolta da una fitta coltre di nebbia, la Roma di Luis Enrique dovrebbe scendere in campo con un paio di modifiche rispetto al match contro il Cesena.

Presente Stekelenburg in porta, la linea difensiva sarà confermata per 3/4: partiranno titolari Rosi e Taddei sugli out e Heinze al centro. Juan, invece, sarà sostituito da Simon Kjaer.

In mediana spazio a Gago e Pjanic, con Simplicio che si giocherà una maglia da titolare con Greco e Perrotta. Per ora il brasiliano appare in leggero vantaggio.

In avanti il tridente delle meraviglie costituito da Totti, Lamela e Borini. Attenzione a Bojan, però, che potrebbe essere lanciato a sorpresa nella mischia.

La mia formazione: Stekelenburg; Rosi, Kjaer, Heinze, Taddei; Gago, Pjanic, Simplicio; Totti, Lamela, Borini

lunedì 23 gennaio 2012

Passato, presente e futuro si incontrano in un punto preciso: il tiro di Totti. Primo in tutto...


Non occorre scomodare vecchi e impolverati tomi di fisica quantistica per dimostrarlo. Né richiamare alla memoria perse quanto inutili teorie liceali. Sono le sensazioni a parlare, trasformandosi, come spesso accade, in dati di fatto. In realtà. In vita.

Passato, presente e futuro non esistono. O meglio, non possono esistere nello stesso momento. Perché il tempo non può avere un prima, un adesso o un dopo. Semplicemente c'è. E' un flusso. Un continuo.

Eppure, sabato pomeriggio, con scenario lo stadio Olimpico di Roma, c'è stato un momento in cui passato, presente e futuro si sono incontrati. Per meglio dire incrociati. Come linee tirate e tracciate da chissà quale architetto e per quale motivo. E quel momento è arrivato al secondo numero 45. Vantando una posizione spaziale ben precisa: sei metri all'interno dell'area di rigore del Cesena, spostata sulla destra. Il colpo di tacco di Lamela, il tiro di Totti, il record di Nordhal frantumato dopo 53 anni. Presente, passato e futuro irriconoscibili, mescolati, agitati, dilatati, trasformati in una sfera che deve entrare in rete. Perché è scritto. Perché non può essere che così.

Primo. Primo a segnare. Primo a farci alzare dal seggiolino. Primo il minuto. Primo tra i bomber con la stessa maglia. Primo a mettere la fascia da capitano. Primo a ricevere la maglia, con qualsiasi allenatore. Primo a mettersi a disposizione. Primo a prendersi le responsabilità. Primo a difendere tecnico, progetto, idea, società. Primo in tutto.

E scusateci se Roma-Cesena 5-1, quarta vittoria consecutiva, terzo posto ad un passo, prova superlativa di Juan, Borini, Pjanic e Gago, scelte di nuovo azzeccate di Luis Enrique, risulta essere un contorno, seppur splendido.

Tutto in questa gara è richiamo a qualcos'altro, che potendo, vorremmo raccontare insieme. Non possiamo: problemi di linearità della lingua.

L'ultima volta che la Roma rifilò cinque gol ad un avversario accadde sette anni fa: stagione 2004/2005. Anche in quell'occasione venne scalzato un record. Quello di Pruzzo, fino a quel momento re dei bomber giallorossi con 106 gol. Indovinate un po' chi fu a frantumarlo?